Quando pensi allo storytelling, ti metti a caccia della “parola giusta”?
Cerchi la parola perfetta? In effetti nella narrazione e nella comunicazione, più che parole “giuste” o “sbagliate”, esistono parole efficaci e opportune.
Quando racconti un brand o una storia, la potenza e la bellezza delle parole dipende dall’obiettivo, dal pubblico, dal suono, dalla coerenza.
Quanto è attraente quella parola? Quanto è adeguata al contesto e al target?
Cosa vuoi ottenere con quella parola?
Puoi commuovere, divertire, informare, entusiasmare.
La scelta migliore dipende da questo.
La parola è buona per il tuo scopo se sta bene con il tono e l’identità del racconto, esprime correttamente un concetto, parla alla pancia del pubblico, è evocativa e suggestiva, spiega qualcosa in maniera utile e chiara.
Ecco perché la decisione di adottare una parola deve rispondere alle nostre intenzioni. A quali valori stiamo veicolando, a quanto vogliamo svegliare l’immaginazione o piuttosto essere tecnicamente attendibili.
Ci sono parole che avvicinano e parole che allontanano, toni formali e toni informali, esposizioni illustrative e rappresentazioni emozionali.
Ci sono parole fredde e parole calde. C’è un mondo di professionalità e umanità che si traduce in tantissime sfumature di parole e di combinazioni.
Vuoi fare cronaca, riferire, persuadere? Cambia l’intento, cambia la parola.
Quanta connessione vuoi creare con il lettore?
Oltre alla singola parola, a rendere unico e memorabile uno storytelling è lo stile complessivo. Quel tuo modo di confezionare e trasmettere un messaggio.
Sì, la narrazione ha una PERSONALITÁ, fatta di parole e tono di voce. Di fatto è quel timbro ironico, autorevole, leggero, appassionato che imprimi su ciò che scrivi.
Tu che scrittura vuoi?
- Professionale, credibile, rassicurante
- Informale e amichevole
- Giocosa e creativa
- ….
Con lo stesso contenuto, parole e modalità di elaborazione susciteranno percezioni diverse.
Ecco, io sono abituata a selezionare parole, modulare il tono, dare uno stile. E tu?